lunedì 30 novembre 2009

prove di forza

oggi è stata una giornata tostissima. c'è stato un momento in cui ho visto il sangue salirmi al cervello, esplodere in mille rivoli, riassorbirsi e sbollire. tutto in meno di 10 minuti. la forza dell'equilibrio zen assaggiata una volta è tornata in me per pochi secondi e mi ha fatto capire quanto sia tutto transitorio. oggi ho capito perfettamente quanto sia utile essere cinici, determinati. non farsi mettere paura. lottare. reagire ma con lucidità e non sull'onda emotiva, sulla frazione di rabbia che assale. ho sperimentato cosa vuol dire avere il sangue raggrumato a grappoli e riuscire a non saltare al collo. perché la sopravvivenza della specie, della mia, viene prima di ogni altra cosa. questa è ormai una certezza certissima. così come il bel mal di testa che mi è venuto dopo i 10 minuti di cui sopra. ma è il minimo che ci si possa portare via da un momento così agghiacciante.

correre e passeggiare

sembra il palleggio rapido che si compie sopra un tavolo da ping pong. avanti e indietro, porta, vesti, riporta e torna a casa. si tratta del marmocchio che sta facendo la spola da casa, asilo nido nuovo comunale, asilo vecchio privato e di nuovo a casa. lui è una roccia: muto, osservatore e sorridente quanto basta. si guarda intorno, prende le misure, guarda e annota nel suo piccolo encefalo brillante. e io che consumo i tacchi delle scarpe di corsa, con l'affanno, cercando di scongiurare cattive tensioni per lui, per me in ufficio, per tutti. ecco, è questo uno spicchio di vita di una mamma precaria che se non va in ufficio non viene pagata, che se ha le nonne a chilometri di distanza si deve arrangiare al meglio. credo di non aver mai corso come in questi giorni ma per il nano dagli occhi giganti si fa tutto, una corsa si trasforma in una passeggiata, almeno nel ricordo della stessa. ce la posso (devo) fare

venerdì 27 novembre 2009

copia e incolla

Prendo ispirazione da una tenera blogger per pensare a cosa vorrei... scrivere un libro. fare una passeggiata in un campo di papaveri con marco. rotolare sulla spiaggia fino alla riva. mangiare una torta alla crema. essere assunta. andare al pub con le amiche a bere, parlare, ridere fino all'alba. divorziare domattina e non fra un anno e 11 mesi. andare al mercatino con mia sorella e comprare tutte le cose più inutili. cambiare casa. passare una giornata intera (24 ore) a letto. partire per poi tornare. incontrare a barcellona la mia amica d'infanzia che non vedo da trent'anni, che ho ritrovato su faccialibro e stare lì a raccontarci tutta la vita. sgranocchiare pop corn guardando Manhattan di Woody Allen rigorosamente in lingua originale. conoscere di persona tutti i bimbi di tutte le mie amiche che non vedo da secoli. andare in polinesia ad annusare le ghirlande di fiori al collo. rivedere Pembroke, Warri e Freeport. dire a mia madre che le voglio bene. allontanare la malinconia che mi stringe il cuore dopo questo post....

giovedì 12 novembre 2009

aiuto

il momento più tragico della giornata in ufficio è l'arco di tempo che va dalle 15 alle 16.

mercoledì 11 novembre 2009

non mi spezzo e non mi piego

oggi ho una nuova, intensa consapevolezza. ho capito definitivamente quanto sia corretto ciò che più di una volta una persona a me cara mi ha ripetuto: ti devi arrendere, devi riuscire ad autoassolverti. ecco oggi l'ho fatto.

ho capito che è inutile continuare a pensare di aver agito male in una certa situazione. io sono una ferma sostenitrice della possibilità di intervenire sulle vicende, sulla contingenza. e continuo a crederlo però.... però oggi ho capito che a volte è meglio arrendersi. perché non è possibile agire contro i propri principi, contro il proprio modo di essere, contro le proprie inclinazioni.

ho lottato, ho provato a piegarmi senza spezzarmi in mille frantumi, ma non ce l'ho fatta. alla fine la mia colonna vertebrale si è inesorabilmente raddrizzata. e, dopo alcuni dolori trasformati prontamente in stress e nervosismo indirizzato un po' ovunque, ho accettato la realtà. non riesco a piegarmi, non ci riuscirò mai.

una mia cara amica mi ha ripetuto più volte in passato che la mia dignità è stata straordinaria in un'occasione difficile. ho stretto i denti fortissimo, i pugni, la mascella e l'orgoglio. perché, mi sono ripetuta più volte, non devo mollare, non posso fallire ancora, non posso cedere alla pressione. non si "sputa nel piatto in cui si mangia" espressione orripilante ma ricorrente.

e invece no. ho vomitato nello stesso piatto, ho rigettato il mio orgoglio, la mia fierezza, la mia durezza e il mio profondo inespugnalbile senso della giustizia, che, lo so, risiede nel piccolo grande nuraghe che abita nella mia anima.

e ho mollato zavorre, ormeggi, cinghie invisibili. e ho finalmente respirato un'aria così pura da far venire le vertigini. e mi sono sentita meglio, molto meglio, direi bene.

non si può resistere all'ingiustizia, alla follia, alla mancanza di dignità e alla mediocrità. non posso. non ho potuto. non potrò mai.

le guglie di certezza che sfiorano il mio diaframma non possono essere lesionate neppure dalla necessità. non c'è necessità, contingenza che possano ledere il mio orgoglio atavico, non c'è paura del futuro che tenga o crisi economica che possa incidere sulla mia dignità. mai.

so che mio figlio almeno per questo potrà essere fiero di me. sempre. anche se non me lo dirà mai a me basta che veda l'esempio. che nella vita non ci si può piegare e neppure spezzare. mai per più di un istante.